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Eremo di Santa Caterina del Sasso - Leggiuno

Secondo una leggendaria historieta testimoniata da uno scritto del XVI secolo, l'usuraio di Arolo Alberto Besozzi, scampato a un naufragio per intercessione di S. Caterina d'Alessandria nel 1170, si ritirò in meditazione sulla scogliera del Sasso Ballaro, allora raggiungibile unicamente via lago. Anni dopo i suoi concittadini, quale ex voto per la conclusione di un'epidemia di peste - terminata, narra l'historieta, grazie alle miracolose preghiere di Alberto - edificarono sul luogo un sacello simile a quello che sul monte Sinai custodiva le spoglie di S. Caterina. L'eremita morì nel 1205 e venne sepolto vicino alla Cappella, divenuta ben presto meta di pellegrinaggio. Il luogo fu così avvolto da un alone di santità e sul finire del secolo la popolazione della vicina Ispra, liberata dai lupi, vi eresse una seconda cappella, dedicata alla Vergine.

La presenza di religiosi è documentata dal 1301, quando si parla per la prima volta di una "domus de saxobalaro" e risulta in corso di edificazione una terza chiesa, dedicata a S. Nicola, patrono dei naviganti. I primi frati erano Eremiti Agostiniani - incerta è la presenza dei Domenicani - ai quali, ridotti a tre sole unità, subentrarono nel 1379 gli Eremitani di Sant'Ambrogio ad Nemus. L'innesto milanese impresse notevole slancio al complesso di S. Caterina, che da allora per quasi tre secoli visse il suo periodo di maggiore espansione e ricchezza, grazie all'afflusso di monaci e di importanti donazioni, che rese possibile l'espansione della fabbrica e nuove commissioni artistiche.

La chiesa, in particolare, subì una profonda ristrutturazione nel secondo Cinquecento, quando le cappelle preesistenti vennero fuse in un singolo edificio, al quale fu data nuova veste decorativa. Alla stessa epoca risale la costruzione di un sentiero, successivamente trasformato in scalinata, che permise di raggiungere l'Eremo dalla sommità dello spalto roccioso.
All'inizio del Settecento la fama miracolosa del luogo fu rinnovata da un dissesto geologico: cinque massi di circa due tonnellate si staccarono dalla rupe, restando impigliati nella struttura della cappella intitolata al Beato Alberto. Rimasero nella stessa posizione fino al 1910, quando si adagiarono al suolo, senza provocare danni. Furono rimossi nel 1983, nel corso di un intervento di restauro.

Nel 1769, in ottemperanza alle prescrizioni di chiusura delle case con meno di dodici religiosi, l'Eremo venne privato dei propri beni e soppresso. Seguì un periodo di lungo declino, cui tentò di porre rimedio un decreto emanato nel 1914 dal Regio Ministero, con cui Santa Caterina fu dichiarata monumento nazionale. La svolta giunse però nel 1970, anno dell'acquisto da parte della Provincia di Varese, che diede corso all'onerosa opera di restauro architettonico e consolidamento geologico, che ha permesso nel 1986 il ritorno dei monaci.

L'eremo di Santa Caterina del Sasso è stato costruito a strapiombo sul lago Maggiore, ad un'altezza di diciotto metri dal livello dell'acqua.
Il complesso si articola in tre corpi distinti: il convento meridionale, il conventino e la chiesa. Il primo che si incontra scendendo dalla scalinata è il convento meridionale, edificio che ha conosciuto numerose modifiche e ampliamenti. Il suo nucleo più antico, la Sala Capitolare, risale al Trecento: sebbene l'originaria copertura a volta sia stata demolita all'inizio del XVI secolo, quando questa zona dell'Eremo venne ristrutturata per insediarvi la foresteria, la traccia del profilo degli archi acuti, visibile sulle pareti, ne restituisce in parte la fisionomia originaria. Nel Medioevo la Sala doveva essere interamente affrescata -sono visibili tracce di sinopie - ma della prima decorazione resta solo il frammento di una grande Crocifissione, con un gruppo di armigeri. Le successive campagne pittoriche, tutte eseguite ad affresco, sono testimoniate dalla scena con Sant'Eligio, datata 1439, da una Crocifissione seicentesca e dai tendaggi trompe-l'oeil che nel XVIII secolo ornavano il piano superiore della sala.

L'esterno è ritmato da un portico affacciato sulle isole Borromee, percorrendo il quale si giunge a un cortile con un monumentale torchio ligneo a vite che reca la data 1759. Tale spazio funge da raccordo con il porticato archiacuto del conventino, affrescato presumibilmente nel Settecento con una Danza Macabra.
Il percorso conduce infine alla chiesa, che vanta a sua volta un portico - di epoca rinascimentale, con affreschi coevi - e un campanile romanico addossato alla facciata. All'interno, i dislivelli della pavimentazione permettono di leggere le successive stratificazioni e la dislocazione delle antiche cappelle.
In misura ancora maggiore rispetto a quanto avviene nella Sala Capitolare, l'estensione e la sovrapposizione dei cicli pittorici dimostra la ricchezza raggiunta nel passato dal monastero. La cappella di San Nicolao, pur mutilata dalle trasformazioni architettoniche della Controriforma, reca le tracce martellinate di un ciclo affrescato trecentesco. Ad esso vennero sovrapposti una Crocifissione su tavola del pittore di Busto Arsizio Pietro Crespi, datata 1510 e oggi collocata nella Sala Capitolare, e un polittico affrescato dallo stesso artista - cui spettano anche gli affreschi assai deperiti della Cappella dei Sassi - strappato nel secolo scorso. La decorazione della campata maggiore fu invece affidata nel primo Seicento al milanese Giovanni Battista de Advocatis, assai operoso in territorio varesino, mentre buona parte degli spazi restanti furono affrescati a fine Ottocento da Carlo Pianezza, un pittore dal linguaggio provinciale.
FOTOGRAFIA DI FRANCO CANZIANI E MARCO MOGGIO