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Badia di San Gemolo - Ganna

Secondo la tradizione, nel 1047, o forse in un momento prossimo a tale data, il giovane diacono Gemolo, di scorta a uno zio vescovo in pellegrinaggio verso Roma, viene decapitato da un gruppo di briganti che ne schernisce la fede. Al martirio segue il miracolo: Gemolo cavalca dopo l'uccisione portando in mano la propria testa e si ferma infine presso un colle (o, secondo un'altra versione, presso una chiesetta dedicata a San Michele), ubicato nel luogo in cui sorge ora l'abbazia. Qui viene sepolto e il rapido succedersi di miracoli conduce alla sua santificazione, avvenuta nell'XI secolo.
La fondazione dell'abbazia risale presumibilmente all'ultimo decennio dello stesso secolo. Lo storico milanese Goffredo da Bussero, che scriveva alla fine del Duecento, narra di una battuta di caccia compiuta in Valganna da tre canonici del Duomo di Milano; giunti sul luogo della sepoltura di Gemolo, dove nel frattempo era stata edificata una "paupercula ecclesia", i religiosi decidono di trattenervisi, fondando un ospizio monastico, che otterrà ampi privilegi dall'arcivescovo milanese Arnolfo II nel 1095, prima data storicamente documentata riguardo la storia della Badia.

Grazie alla posizione strategica del luogo e alla protezione degli arcivescovi ambrosiani, la comunità benedettina insediata a Ganna acquista in breve tempo notevole potere e un'ampia giurisdizione sul territorio circostante, caratterizzandosi quale piccola signoria monastica. In un momento precedente al 1154, seguendo una scelta già compiuta dai monaci di San Michele di Voltorre, si affilia alla potente abbazia benedettina di Fruttuaria, legata alla corrente di riforma cluniacense.
La scelta, da parte di Fruttuaria, così come della curia Ambrosiana, di possedere una diramazione a ridosso delle Alpi mostra una strategia assai vicina a quella imperiale, interessata al controllo della fascia alpina nel suo complesso, e perno per un'ulteriore espansione nelle regioni limitrofe. La vocazione della Badia di Ganna è infatti molteplice: se, da un lato, la sua collocazione remota e isolata le attribuisce un carattere quasi eremitico, dall'altro essa si pone quale punto di passaggio quasi obbligato per i milanesi sulla via dei valichi verso l'Oltralpe. Come in altri casi analoghi, inoltre, la presenza dei monaci diventa foriera di una civilizzazione del territorio circostante, grazie a opere di bonifica, canalizzazione, sfruttamento agricolo. La crescente importanza dell'abbazia, che tra il XII e il XIV secolo si consolidò come uno fra i più importanti insediamenti monastici prealpini, è attestata dall'espansione dei suoi possedimenti patrimoniali, che si allargarono da Valganna a Bisuschio, da Valmarchirolo a Malnate, dalla Valtravaglia al Lago Ceresio. Intorno alla metà del 1100, al suo apice di espansione, il priorato contava la ragguardevole cifra di circa trenta monaci.

Nell'ultima decade del XII secolo San Gemolo dovette difendere la propria indipendenza dall'ingerenza della casa madre di Fruttuaria, rifiutando le onerose tasse da essa imposte; nel 1212, dopo alterne prove di forza e ricorsi all'autorità papale, si giunse ad un accomodamento: Ganna ottenne di poter accogliere nuovi monaci ed eleggere i propri priori liberamente, mentre all'abate veniva riconosciuto il diritto di conferma di questi ultimi e l'annuale ospitalità per sé e otto cavalieri.
Le fortune di San Gemolo cominciarono a declinare intorno alla metà del Quattrocento, quando anche la Badia di Ganna, al pari della quasi totalità dei monasteri benedettini, venne eretta in commenda, istituto che prevedeva l'assegnazione del beneficio ecclesiastico a un funzionario di nomina pontificia, di frequente estraneo alle comunità e alle loro esigenze. Questi ne godeva le rendite, amministrandole spesso a proprio esclusivo favore, tanto che la commenda portò alla rovina di numerosi cenobi. L'estensione delle sue proprietà rendeva l'abbazia un bottino alquanto appetibile, come dimostra l'interesse della famiglia Sforza, che ottenne la commenda, mantenendola tra alterne vicende per circa mezzo secolo. Tali avvicendamenti resero sempre più precaria la vita della comunità dei monaci, la cui situazione fu ulteriormente aggravata nel novembre 1511, quando l'edificio venne incendiato e saccheggiato da truppe svizzere di passaggio. Tale evento rese necessaria una sistemazione del complesso, che tra il XVI e il XVII secolo venne ristrutturato, assumendo le forme di un "palazzo abbaziale" e dotato di una facciata barocca verso il fiume.

Già nel 1515, però, con il ritorno dei francesi a Milano, ricominciò l'estenuante lotta per la nomina a commendatario, che portò alla progressiva estinzione della comunità monastica. Quando la Commenda di Ganna giunse nelle mani del cardinale Giovanni Angelo Medici, nel 1542, del priorato sopravvivevano ormai le sole strutture materiali e un patrimonio fondiario esteso, ma poco redditizio per la sua natura in massima parte montuosa e boschiva. Egli decise pertanto di donare San Gemolo all'Ospedale Maggiore di Milano nel 1556, che a sua volta si disfò dei beni della Badia nella prima metà dell'Ottocento. Nel 1894, infine, vendette a privati anche gli stabili, che avevano subito nei secoli precedenti pesanti trasformazioni e ridimensionamenti. In conseguenza di ciò, le antiche strutture del priorato furono frazionate e piegate ad un improprio uso abitativo; una parte di esse venne addirittura trasformata in manifattura. Il decreto di vincolo istituito nel 1912 non ebbe reali ricadute, fino all'acquisizione di una porzione della proprietà da parte dell'Associazione degli Amici della Badia di San Gemolo, fondata nel 1971. L'associazione iniziò la gravosa opera di restauro del monumento, cedendolo nel 2000 alla Provincia di Varese, che ha proseguito il recupero dell'abbazia.

Il potere feudale della Badia era ben espresso dalla sua architettura, fortificata attraverso spesse mura e alcune torri - sono stati rinvenuti i resti di tre di esse - andate distrutte nel corso della storia. L'impianto del cenobio, con il chiostro situato a lato della chiesa, che mette in collegamento le diverse parti del monastero, è caratteristico della prassi costruttiva benedettina.
All'epoca romanica, il cui stile impronta le parti più interessanti del complesso, risalgono la costruzione della chiesa abbaziale (consacrata nel 1160), del campanile e del chiostro pentagonale, la cui struttura poderosa risulta alleggerita al pianterreno dal tradizionale loggiato. La sua pianta pentagonale è pressoché inedita e resta oscuro se sia stata sin dalle origini così ideata, o se la sua forma si sia adeguata nel tempo alle modifiche della struttura abbaziale; c'è anche chi ha ipotizzato che il chiostro sia stato concepito in analogia alla conformazione naturale del luogo, situato all'interno di una biforcazione della valle. Inizialmente costituito da un solo piano, il chiostro fu sopraelevato dai monaci probabilmente in epoca assai antica; l'accresciuto carico strutturale dovette causarne il parziale crollo, al quale seguì la ricostruzione attualmente visibile, con le colonne e i capitelli in cotto, che sostituirono verosimilmente quelli istoriati di epoca romanica.
I corpi esterni dell'abbazia accoglievano le foresterie, sottolineando la preminente funzione di ospitalità di pellegrini e mercanti lungo le vie transalpine, nel cui sistema la stazione di Ganna costituiva un importante punto di sosta e presidio del territorio, ruolo che la rese nel Medioevo - in particolare nel XIV secolo, all'apice della sua fioritura - potente e contesa.

Tra le porzioni più antiche del complesso spicca il corpo della torre campanaria, massiccio ma non privo di raffinatezze: gli angoli sono sottolineati da conci angolari lisci e di dimensioni maggiori rispetto alle pietre e ai mattoni delle specchiature, a propria volta marcate, nella parte centrale del fusto, da due cornici di archetti ciechi in pietra. Il campanile è addossato alla semplice facciata della chiesa, rifatta in epoca barocca.
L'interno è ripartito in tre navate, realizzate, a giudicare dall'adesione a linguaggi architettonici diversi, in tempi successivi: mentre quella centrale, infatti, presenta una volta a botte, quelle laterali sono coperte da volte a crociera. Brani di affreschi di epoche differenti - databili tra il XIII e il XV secolo - evocano la passata importanza della Badia, benché se ne conservino oggi soltanto pochi lacerti. Anche il deambulatorio del chiostro porta il segno di analoghe stratificazioni: tre lati presentano infatti archi a sesto leggermente acuto poggianti su pilastri ottagonali in cotto, mentre gli altri due, meno ricercati, sono probabilmente frutto di rifacimenti seicenteschi, quando le fortune di San Gemolo erano ormai in inarrestabile declino.