Fuggire, ma da cosa?

Luino e il Lago Maggiore sono lo scenario nel quale si svolgono molte delle vicende dei romanzi di Chiara. Sono il teatro di una azione dove il pubblico è partecipe e la commenta.
I luoghi, i personaggi reali e la loro condizione sociale, trasformati dall' abilità affabulatoria dell’autore, diventano nella finzione del romanzo metafore picaresche, dolenti o ironiche della condizione umana.
Ciò sembra essere ben presente nel brano che segue, tratto da Il piatto piange.
Il racconto, che prende le mosse dall’insofferenza di chi si sente chiuso tra il lago e le montagne e cerca sollievo nel gioco d’azzardo, si chiude con la descrizione delle astuzie maldestre di chi si è un poco arricchito lavorando all’estero.
Mettendo su uno stesso piano ribalderie e necessità, la narrazione prende le mosse dal desiderio di fuga dal malessere esistenziale, poi passa alla descrizione del colore delle avventure di chi è partito, dei viaggi all’estero delle maestranze operaie per insegnare un mestiere, e termina rendendo conto dell’emigrazione dei valligiani in fuga dalle miserie economiche.

Si giocava d'azzardo in quegli anni, come si era sempre giocato, con accanimento e passione; perché non c'era, né c'era mai stato a Luino altro modo per sfogare senza pericolo l'avidità di danaro, il dispetto verso gli altri e, per i giovani, l'esuberanza dell'età e la voglia di vivere.
Nei paesi la vita è sotto la cenere. Per vivere come si vorrebbe da giovani ci vuole denaro; e di denaro ne corre poco. Allora si gioca per moltiplicarlo e si finisce per fare del gioco un fine, una mania nella quale si stempera la noia dei pomeriggi e delle sere. Non ci si accorge che a due passi, fuori dalle finestre, c'è lago e campagna. Si sta legati ai tavoli a denti stretti e neppure si pensa che lo studio, o un mestiere qualsiasi, potrebbe rompere quell'inceppo che si maledice e si adora, e si apre una strada nel mondo a chi nascendo si è trovato davanti l'acqua del lago e dietro le montagne, quasi a indicare che per uscire dal paese bisogna compiere una traversata o una salita, fare uno sforzo insomma senza sapere se ne valga la pena.
Qualcuno che si ribella o che viene scosso dalle necessità, se ne va a lavorare o a far ribalderie all'estero, o almeno fuori da quei limiti. Gli altri continuavano a giocare, a studiarsi, a guardarsi vivere l'un l'altro. Di tempo in tempo trovano qualche nuova forzatura del dialetto o inventano un soprannome che affliggerà una famiglia per due generazioni. Passano una stagione dopo l'altra e aspettano il ritorno di quelli che sono partiti per poterli ascoltare quando raccontano in cerchio al Metropole o al Caffè Clerici.
Forse l'unica benevolenza che i luinesi abbiano tra loro è proprio quella di ascoltarsi in quei racconti e di accettarli per veri.
Ricordo quando il Monti, detto «Tonchino», raccontava le sue avventure in Indocina dove per le strade, dopo i temporali, scavalcava serpenti; il Lanfranchi quando parlava di Parigi dove aveva fatto il sarto, tanto che tagliava ancora alla moda parigina dei suoi tempi; il Carletto, detto «Còdega» per la troppo carne che aveva sul collo, quando descriveva l'Inghilterra e le miniere dove aveva lavorato, o suo fratello Gianni quando parlava dell'America dov'era andato come cameriere di bordo sopra una nave.
Certe volte arrivava da lontano, magari dall'Estremo Oriente o dalla Bolivia, un tale che nessuno conosceva o che solo qualche anziano ricordava per nome: era subito circondato al caffè e finiva per raccontare, aggiungendo nuove contrade e nuove esperienze alla nostra curiosità. Si alimentavano, a quei discorsi, i sogni di quelli che non si sarebbero mai mossi e degli altri che un giorno, senza salutare nessuno, avrebbero preso la strada di quei miraggi.
Si può dire che da noi il mondo veniva conosciuto non sui libri o sulle carte geografiche, ma dai racconti quelli che erano stati fuori e attraverso le loro avventure. C'era per noi un'Inghilterra che era quella del Còdega, un' America che era quella di suo fratello Gianni, un'Indocina che era quella del Tonchino e due o tre tipi di Parigi: quella del Lanfranchi sarto o quella del Carlo Rapazzini che vi era rimasto dieci anni come taxista. Erano vedute diverse, ma più vere di quelle che poi a me toccò di scoprire nei libri, oppure andandovi di persona. A Parigi debbo dire che mi fu sempre molto facile trovare le donne, le strade, i metro e i boulevards del Lanfranchi o del Rapazzini, mentre avevo difficoltà a riscontrarvi le cose lette o studiate.
Era una specie di ereditarietà, perché Luino è terra di emigranti; e perfino le donne hanno una storia di viaggi e di avventure da raccontare. I Battaglia, pionieri dell'industria meccanica tessile, ancora prima della guerra 1915-1918 fornirono macchine per tessitura alla Russia, all'Indocina, alla Persia e ad altri paesi. Mandavano le macchine, ma prima mandavano capimastri e muratori luinesi a costruire lo stabilimento, e appena impiantata la fabbrica arrivavano da Luino le maestre di telaio, le orditrici e le incannatrici a istruire le maestranze del luogo. Donne di Luino, di Voldomino e di Germignaga andarono così in terre lontane per anni; e durante l'ultima guerra i nostri soldati che erano a Smolensk o in altre città lungo il Don ritrovarono i luoghi descritti loro nell'infanzia dalle madri, e certe volte famiglie di operai che ricordavano ancora quelle donne di Luino.
C'erano poi, specialmente nei paesi delle vallate che scendono verso Luino, i muratori, gl'imbianchini e gli stuccatori che da secoli andavano in Francia, in Svizzera e in Germania a lavorare, seguendo itinerari famigliari. E tanti cuochi e camerieri, quasi tutti delle valli di Dumenza, o di Colmegna e Maccagno, che arrivavano fino in Inghilterra. Qualcuno di questi che tornava con i soldi e si comperava un ristorante o un albergo, lo dotava di posate che portavano inciso il nome dei più grandi alberghi d'Europa. Le avevano rubate pazientemente, un poco alla volta, già col pensiero di mettersi un giorno per conto proprio nel mestiere.
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